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l'UNITÀ: Daniele Ionio - Demetrio Stratos

"La voce di Stratos torna alla socialità"  l' UNITÀ del 27-12-1978
L' esibizione del cantante al Teatro dell' Elfo di Milano

MILANO - Forse avevamo sbagliato un po', noi che l'ascoltavamo, o forse questo gran dlscorrere che si fa del corpo ha modificato le prospettive: oppure è Demetrio Stratos  che sta semplicemente percorrendo una sua logica parabola. Lo si è ascoltato, sotto Natale, al Teatro dell'Elfo dell'X-Cine,  in occasione dell'usclta del suo secondo album, Cantare la voce, ormai distanziato di qualche anno da Metrodora. All' epoca di Metrodora, appunto, Stratos mirava a decondizionare la voce non solo dalle «atrofie» della vocalità, colta o di consumo che fosse, ma anche da quelle, che ne stanno alla base, del parlato sociale. Il rischio era dare alla voce,  così liberata, un progetto utopico. Oggi, un'ombra di rischio può esserci nell'opposto: che Stratos, cioè, rlcali la voce nella socialità, introducendo nuove tecniche dentro strutture condizionate. 
In parte, ciò è avvenuto nel «vocalizzi» contenuti nell'ultimo album degli Area, dl cui Stratos, come è noto, faceva parte. Ma anche in queste nuove «diplofonie e trlplofonie» dove cioè egli emette, per dirla in parole povere, due voci o tre voci, c'è una ricreazione dl melodia.
Quello che, comunque, è certo, è che oggi egli non si perde nel cielo delle possibilità e che questa riscoperta della corporeità della voce è anche una riscoperta della civilltà musicale, un confluire  nell'ecologia e nella socialità,se queste tecniche appartenevano già ai pastori della Mongolia.
Non sorprende, pertanto, se adesso Demetrio Stratos non risulta più provocante,  ma trova immediata risposta nel pubblico, magari non molto numeroso come all'X-Cine. Nel corso di questi recital, accanto a dlplofonie, trlplofonie e flautofoníe,  ha presentato anche un canto alla rovescia di Ma che bel castello, cioè dall'ulltimo suono al prlmo,  registrato frattanto su nastro e poi riascoltato, invertendo la direzione di marcia del nastro, alla rovescia, vale a dire, in questo caso, nel senso «giusto».

                                                        d.i.

 

 

"A proposito di quei pastori mongoli..."
 POLEMICHE - Una lettera di Demetrio Stratos al nostro giornale

Abbiamo ricevuto da Demetrio Stratos la seguente lettera che volentieri pubblichiamo.

«Caro Ionio, ci sono  momenti in cui la stima di un musicista verso un giornalista crolla, quando vede il frutto del proprio lavoro di paziente ricerca liquidato attraverso equivoci o forse tramite qualche consiglio pseudoetnomusicale. La presentazione che feci prima del mio concerto fu questa: concerto che copre un'esperienza di alcuni anni nel campo della vocalità sperimentale, poesia sonora, ritmica e concettuale, studio di recitazione sperimentale sull'onomatopea, studi ed improvvisazioni sul tessuto di culture popolari, con tecniche della musica classica iraniana, indiana e cinese.
Che una tecnica dei pastori mongoli  (perchè non svedesi o pigmei, visto che le tecniche sono analoghe) utilizzata per quattro minuti durante un intero concerto, condizioni in modo cosi determinante il tuo articolo, portandoti a scrivere di socioecologia  musicale, vuol dire non voler vedere tutte le altre proposte contenute nel mio lavoro, o addirittura sfuggirle.
In Metrodora la liberazione avveniva attraverso un espressionismo esasperato sulla flessibilità della voce, recupero dei primi suoni dell'infanzia, suoni persi attraverso l'organizzazione della parola, o ciò che tu chiami "progetto utopico".  In Cantare la voce  la voce si misura con i suoi limiti, non si pone come una possibilità indiscriminata; al contrario, si misura sempre con quello che non si può; non ha bisogno di "provocare",  non c'è domanda, caso mai la domanda è interna, desiderio che diventa sintomo di comunicazione. Il musicista in questo caso fa un lavoro di acrobazia interna molto rischiosa, con uno studio scientifico, linguistico e psicanalitico alle spalle. 
Queste acrobazie interne sono uno studio su tutte le articolazioni, nel senso di cogliere dei tratti differenziali minimali non nella parola, ma nel materiale fonico che la costituisce. L'orecchio funge da microscopio ed estrae dei brandelli sonori infinitesimali che si instaurano tra un suono e l'altro; per fare questo le fonoarticolazioni hanno alla base la  conoscenza e lo studio assoluto di tutti i tipi di vocalità esistenti.  Ma al giornalista che ascolta sfugge spesso il percepire la differenza di suono dalla differenza di senso.
Che cosa è la voce per te? No, non può essere "una ricreazione di melodia",  ma forse rischio dl verità rarissima con una motivazione folle di comunicazione umana che va al di là della musica, della imitazione della natura e del "confluire nell'ecologia e nella socialità". Sarei felice di trasformare questo fraintendi-mento in un colloquio pubblico in un prossimo futuro».

                                                       DEMETRIO STRATOS

 


Che guaio, che imbarazzo... non siamo in sintonia: la stima del «giornalista›› verso il «musicista» invece non è crollata. E allora? Forse a crollare dovrebbe essere la stima che Stratos ha di sè come lettore. O forse, come adesso, lo spazio non era adeguato a chiarire una recensione (che dimostrava  tutta la stima) sostanzialmente problematica, interrogativa, tutt'altro che sbrigativamente liquidatoria ma semmai coinvolta nelle «interne domande» di Stratos.
Qualche chiarimento, a cominciare dalla «provocazione»: perchè l'iniziale fruitore «normale» si sentiva (lui) provocato e perchè ora sembra attratto dal «bello», dal ricostruirsi di un disegno  a melodia dalle tre voci di Stratos o dai «flauti»? «Socialità» è una bivalenza: il musicista può creare socialità o subirne forme alienate.  L'ecologia in musica (vedi Human  Arts Ensemble,  primi anni '70)  non è imitazione della natura ma un cercare nuovi corretti rapporti umani con la natura della musica.
Non voglio scivolare nel realismo più del re, ma il canto dei pastori mongoli che richiamano le mucche al pascolo, era citato come aspetto ecologico (contro il dubbio di un progetto utopico) e davvero ncn vedo come potesse venire frainteso. Forse Coltrane non sviluppò l'improvvisazione su un unico accordo dalla musica  indiana?
                                                      d.i.

 

 

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