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Demetrio Stratos

"Pugni chiusi", è ovvio. La voce degli Area, certamente. Ma Stratos è stato molto di più: un grande interprete rock, uno sperimentatore senza limiti, un ricercatore, un militante, un uomo carismatico e vitalissimo, un simbolo degli anni '70. E con lui, nel 1979, se n'è andato anche lo spirito del movimento, sepolto nel concerto di commemorazione dell'Arena di Milano, dove tutti volevano esserci, ma decine di musicisti e 60.000 spettatori non sono bastati a riempire un vuoto incolmabile. Ancora oggi.

Non ho conosciuto Demetrio Stratos. È una premessa che mi è toccato fare spesso da quando ho avuto occasione, più e più volte, di parlare di lui nei tanti appuntamenti ai quali ho potuto partecipare in questi ultimi anni. Non l'ho conosciuto personalmente, dunque. Ci siamo incrociati negli uffici della Ascolto, etichetta discografica di Caterina Caselli per la quale gli Area incisero l'ultimo album insieme a Stratos, 1978. Gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano. Collaboravo con Faust'o, all'epoca, che stava incidendo per l'Ascolto il suo primo disco, Suicidio. Faust'o aveva molta stima per Stratos. Ed era una cosa rara, perché ne aveva davvero per pochissimi. Ne aveva molta anche per Paolo Tofani, l'altro grande sperimentatore degli Area che avrebbe prodotto presto un suo pezzo, una nuova versione di "Kleenex" (sul lato B del singolo "Anche Zimmermann"). Forse la miglior produzione di un brano di Faust'o (poi Fausto Rossi), quella che finalmente "suonava come un disco inglese". Ed era tutto merito di Tofani. Sebbene il nome di Faust'o sia riportato sul manifesto del grande concerto all'Arena, lui non partecipò a quell'evento. Non era tipo per simili accozzaglie indiscriminate. Nonostante avesse molta stima per Stratos.
Perché racconto fatti apparentemente marginali nella storia del vocalist degli Area? Perché anche nella mia memoria Stratos ha sempre rappresentato qualcosa di diverso dal resto del panorama musicale italiano. E questo lo dico oggi che mi pare di conoscerlo un po' meglio, dopo anni di frequentazione dei suoi dischi, di alcune delle persone che gli sono state sempre vicine. Gli Area, Stratos, Tofani? erano forse gli unici a non avere alcuna soggezione degli artisti stranieri, della loro musica, della loro cultura. Stratos veniva dall'estero, sia pure da un estero ai confini del terzo mondo, e però un estero anglofono, secondo la sua esperienza. Tofani veniva direttamente da Londra, e narra la leggenda che avesse addirittura rifiutato di entrare nei nascenti Roxy Music, lasciando il posto vacante al loro tecnico del suono, tale Phil Manzanera. E poi c'era Gianni Sassi. Sassi non aveva soggezione della cultura musicale anglofona perché semplicemente quella cultura non gli apparteneva, quasi non gli interessava. Lui guardava altrove. E quando vide gli Area aprire un concerto dei Gentle Giant a Brescia, in occasione del suo primo incontro col gruppo, si chiese per quale motivo fossero questi gli "headliner" e non gli altri. (Sassi non avrebbe mai usato il termine "headliner", ci mancherebbe!). Insomma, gli Area volavano alto e indipendenti da tutto. La PFM poteva guardare oltreoceano, gli Area potevano guardare ovunque: erano già rock, elettronica, jazz e world music nello stesso tempo. Erano "contemporanei", anzi erano il loro stesso tempo.
Ma quella degli Area fu una storia breve, durata cinque anni intensi, fatti di vita in comune, di scazzi, di progetti, di battaglie, di provocazioni, di incontri con personaggi "devianti" (Marchetti, Cage, Simonetti, Lacy, Lytton?), fuori dallo star system, fuori dal music business più deteriore. Se la cultura era uno strumento politico, la musica, soprattutto quella rock, era uno strumento politico potentissimo. Questa fu l'immagine che Gianni Sassi (grafico geniale, produttore, discografico, organizzatore di eventi culturali, editore) aveva in mente. Solo Stratos restò con lui fino alla fine. Gli altri erano musicisti, dovevano seguire la propria strada. Stratos non aveva una propria strada. La stava costruendo. E con lui c'era Gianni-Emilio Simonetti, che del resto del baraccone non volle più neppure saperne.
Simonetti vide Stratos per l'ultima volta un sabato pomeriggio, nella primavera del 1979. Dovevano controllare insieme uno scritto che Stratos avrebbe pubblicato a proprio nome sulla rivista Il piccolo Hans. Lo scritto uscì postumo.
Stratos aveva pubblicato due dischi importanti, Metrodora e Cantare la voce. Ma il lavoro, il loro lavoro comune, era solo agli inizi, dice Simonetti. Il cammino era appena cominciato, dall'articolazione della voce, agli albori della vita dell'uomo, fino ai nostri giorni la strada era ancora molto lunga. Stratos ci ha lasciato così una piccola potentissima traccia di quel percorso ancora tutto da compiere. E solo gli sciocchi credono di celebrarne l'opera incensandolo come un cantautore, una star della musica pop, quando non spartendosi i resti dell'icona "avant-garde" che lui, e solo lui, rappresenta ancora oggi.
Il lavoro di Stratos sulla voce suggerisce un metodo che se ne fotte di ogni preoccupazione di bellezza, di consolazione, di sacralità. La sua voce è la voce dell'uomo. Carne e sangue. Tutto qui.
E tutto questo oggi non c'è più. (C.C.)

da InSound - Anno III n° 16, Aprile 2007

 

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